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La festa del Papà |
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di Laura Pantaleo
Lucchetti |
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Vi
presentiamo laica “Festa del papà”, ma
che poggia su tradizioni cristiane
antichissime, un menu composito dove la
tradizione si incrocia con la fantasia,
e dove la primavera, i legumi ed i
cereali, in poche parole i semi
compaiono allegramente a sottolineare la
forza vitale che sfocia in questi primi
giorni della bella stagione, e che anima
i sorrisi di tutti i padri del mondo. |
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Il
19 Marzo è San Giuseppe, ed è il
giorno in cui per tradizione si
festeggiano tutti i papà.
Anticamente però
era la festa dei falegnami, proprio come
il padre terreno di Gesù che ne è il
protettore. Si tratta di una ricorrenza
che nasce in seno al digiuno
quaresimale, anzi per meglio dire
l’unica ricorrenza per la quale fosse
lecito, sin dal Medioevo, interrompere
momentaneamente tale periodo di rinunce
alimentari che durava sino a Pasqua. E’
così che nascono i vari dolciumi
tradizionali associati alla festività,
tutti legati all’idea di friggere delle
porzioni di pasta più o meno grosse in
una materia grassa come lo strutto,
l’olio oppure il burro, allo stesso modo
dei dolci del periodo del Carnevale.
Alcuni
di essi, infatti, come i tortelli
meneghini, ammiccano anche nella
preparazione identica ai dolci del
periodo grasso, mentre altri sono
consacrati alla sola festa di San
Giuseppe.
L’idea di abbondanza e trasgressione
è evocata anche dalla copertura ricca di
tali dolciumi: triti di frutta secca,
zucchero a velo o pestato, canditi
all’interno o anche in superficie, (come
per esempio gli sfinci siciliani della
zona di Palermo), confetture (è il caso
delle rafiole emiliane) e creme varie
(le zeppole baresi).
Una simpatica leggenda, nata dai
vangeli apocrifi, oltretutto, vorrebbe
il santo non solo falegname ma anche
lavorante in friggitoria..
Il giorno di San Giuseppe, figura
assai venerata in diverse località
italiane (non dimentichiamo poi
l’occorrenza che se ne ha nella
toponomastica nostrana ma anche
nell’onomastica: anzi, Giuseppe è ancora
il nome più diffuso in Italia), numerose
sono le feste patronali e le processioni
che vedono come protagonisti proprio i
dolci tipici e anche menu di stagione
che da secoli appaiono per la prima
volta sulle tavole proprio in
quest’occasione speciale. Per esempio, a
Palermo è usanza mangiare i carciofi
imbottiti (o carciofi col tappo) e in
tutta la Sicilia la pasta con le sarde,
a ricordo del pesce che compariva nel
periodo di magro (la carne era bandita),
mentre nell’entroterra spezzino si porta
in tavola la mesciua, che come evoca il
nome è una sorta di misticanza saporita
di legumi minestrati: ricordiamo che i
legumi vengono spesso associati ai santi
importanti, perché tradizione vuole che
fossero cibo dell’anima: per esempio,
nel ponte dei santi e dei morti si usa
un po’ dappertutto in Italia preparare
piatti di carne associati a ceci,
piselli, fagioli e lenticchie. Altre
fonti avvicinerebbero invece i legumi ed
i semi in generale alla prosperità: così
come è beneaugurale cibarsene sotto
Capodanno, allo stesso modo lo sarebbe
all’inizio della primavera, per
assicurarsi una stagione agricola
feconda. |
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